
Italian Music Magazine
Josh Roy Brown Can’t Look Back
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Parte con il piede giusto questo Can’t Look Back, album di debutto di un nuovo giovane american rocker: un paio di chitarre rocciose e scure, un’armonica a squarciarne i cupi strali ed un chorus ben giocato tra il respiro bluesy dell’autore ed una più aerea marca femminile, il tutto dentro ad una ballata densa e sporca dello stesso fango rock/blues nel quale ha spesso ruzzolato uno come Mellencamp. Josh Roy Brown pare d’altronde un predestinato, quasi un figlio d’arte: il padre, Les Brown, oltre ad avergli lasciato in eredità un country hit ancora nei cuori degli appassionati americani (per la cronaca il brano era Abilene, ed è l’unica canzone che Les abbia mai scritto), ha cresciuto il figlio in un ambiente domestico nel quale erano di casa tanto Albert Grossman (citofonare Bob Dylan) quanto Johnny Cash. E lo stesso Josh, con un pizzico di orgogliosa civetteria, ama autodefinirsi come (l’improbabile) figlio di Cash e Lou Reed. Personalmente, nei solchi di Can’t Look Back, abbiamo ritrovato, oltre al già ricordato Mellencamp, qualche eco Rolling Stones e tanto american rock, ma soprattutto un autore già maturo, capace di disegnare strategie di confine tra rock e blues metropolitano e più periferico rock/country, ed anche un interprete solido e consapevole. Americana purissima insomma, muscolare parata di chitarre vintage, insinuanti uncini melodici e ben dosati corteggiamenti vocali, tenuti per mano dalla profonda qualità baritonale di Brown. Dallo score dei 12 titoli che compongono il dischetto, oltre all’iniziale Sleeping Under Water, le due ballate Never Saw Her Coming e So Far Away, assieme al rock blues che intitola l’album, valgono mezzo punto in più della media complessiva.
Voto 7 perché: un po’ di cautela, nel valutare un debuttante, è d’obbligo, ma il sospetto che Josh Roy Brown sia più che una meteora, è forte.
Mauro Eufrosini